Ex libris
Stefano Bartezzaghi
Su La Repubblica del 21 ottobre 2007
Alla fine della prossima settimana, al Pisa Book Festival, una singolare mostra raccoglie centinaia di quei timbri e cartellini che vengono stampigliati o incollati su un volume per segnalarne l´appartenenza e "imporne" la restituzione. Una "vaccinazione simbolica" che nel mix di frasi e figure dell´etichetta rimanda all´identità rivendicata dal proprietario, all´immagine che ha di se stesso
All´inizio c´è un porcospino tedesco. Il porcospino (Igel) viene raffigurato in un foglietto, anzi in un cartellino. Siamo attorno al 1480, e le diverse copie di questo cartellino sono usate da un signor Igler: ne applica una sul frontespizio di ogni suo libro, contando che vedere il porcospino Igel ricordi il nome del proprietario Igler a chiunque prenda il libro in mano.
Quel cartellino è la testimonianza più antica che abbiamo del processo che, accompagnando la rivoluzione editoriale innescata da Gutenberg e dall´invenzione della stampa a caratteri mobili, ha finito per produrre anche l´ex libris. Qualche anno dopo cartellini analoghi verranno concepiti dal grande incisore Albrecht Dürer: lì incomincerà la parte più nobile della storia dell´ex libris, quella che ha interessato artisti di fama. Non sarà, però, la parte più importante, perché il filone maggiore della produzione di ex libris resterà sempre consegnato all´esecuzione dell´artigiano.
Volendo fare, per quel che si può, una storia completa dei precursori dell´ex libris moderno occorrerebbe risalire perlomeno al secondo secolo avanti Cristo e al faraone Amenofi, o al secolo successivo e alla biblioteca di Ninive di Assurbanipal: lì troviamo papiri e tavolette accompagnati da iscrizioni che ricordano il nome del sovrano, loro detentore.
Nel Medioevo i copisti miniavano lo stemma del proprietario, o aggiungevano una nota scritta con il suo nome: una tradizione che si esprimerà anche con sigilli, timbri e, più tardi, con l´abitudine francese di imprimere il blasone del proprietario sulla legatura del libro, un uso che in italiano prende il bel nome di "legatura alle armi".
All´epoca del signor Porcospino tali tradizioni erano già imitate dai primissimi stampatori: Aldo Manuzio apponeva alle sue produzioni il celebre marchio, dove il delfino legato all´ancora simboleggiava la fretta e la stabilità, come il sublime ossimoro del motto Festina lente ("affrettati lentamente").
Coppie di blasoni incominciavano così a disputarsi i primi fogli dei libri, nel passaggio dalla preistoria alla storia dell´editoria a stampa - dagli "incunaboli" ai libri veri e propri: il marchio dello stampatore e il segno di proprietà del lettore sono i due biglietti da visita che restano sul tavolo di un frontespizio o di un risguardo, a testimonianza dell´avvenuto incontro.
È solo per caso che il primo ex libris che sia rimasto e che noi sappiamo datare sia proprio quello del porcospino: sarebbe bastato che il signor Igler si chiamasse Ochs perché fosse raffigurato un bue (Ochs, appunto, in tedesco) come verso il 1740 capiterà con l´ex libris di un Ochs von Ochsenstein. Ma visto che di un porcospino per l´appunto si tratta, allora andrà registrata quella funzione di barriera simbolica e un po´ fragile a cui l´ex libris deve (almeno apparentemente) la sua esistenza: non è proprio quell´irto animale il miglior emblema della difesa delle proprie prerogative? Ecco allora che gli ex libris spesso si compiaceranno di moniti e anche maledizioni per chi ruba i libri: ma la reale efficacia di un simile antifurto non va sopravvalutata.
Vignetta o scudo araldico, fregio o concetto arguto, artistico o artigianale, l´ex libris nasconde dietro alla rivendicazione di proprietà ma anche dietro allo status frivolo quasi da soprammobile (è infatti un complemento per l´arredo dell´io bibliofilo) un meccanismo simbolico più delicato, che ha a che fare innanzitutto con il libro medesimo, e poi con l´atto con cui il collezionista lo acquisisce e lo pone fra i suoi scaffali.
Un libro non ha uno status ben definito dal punto di vista della sua esistenza materiale. Può essere considerato come un volume (da chi lo spolvera) o al contrario come un testo (da chi lo scrive o lo legge), un testo la cui massa fisica quasi si annulla al confronto dell´addensamento di informazione che contiene. Fra tali modi opposti di considerare il libro si colloca quello che forse riesce a essere addirittura più irragionevole di entrambi: la considerazione del bibliofilo. Di un testo antico il bibliofilo che non sia anche uno studioso apprezza il prestigio o la curiosità; di un volume considera lo stato di conservazione e la rarità. Il bibliofilo sa nominare con precisione luoghi, caratteristiche, dettagli del libro di cui lo spolveratore, ma anche il lettore, può ignorare persino l´esistenza. Il libro per il bibliofilo è un castello di antiporte, fogli di guardia, gore; un corpo con zazzera, unghie e nervature.
È in uno di questi luoghi, spesso il risguardo, che a ogni acquisizione di un nuovo libro si ripete il cerimoniale. Al proprietario si impone di commettere subito, in forma circoscritta e simbolica, l´atto più temuto, il sacrificio che di lì in poi si riconfermerà incrollabile tabù: la violazione dell´integrità del libro. È ciò che avviene tramite l´incollatura dell´ex libris, che completa il circuito comunicativo del libro: pensato, scritto, stampato, venduto e finalmente pronto per essere letto.
Meno cruento del marchio a fuoco che segna il bestiame per prevenire l´abigeato, l´atto ha comunque un che di selvaggio nel suo rappresentare uno scongiuro: altero io il libro prezioso perché non sia alterato mai più, mostro il mio diritto di proprietà concedendomi una licenza che non rinnoverò a nessun altro, e neppure a me stesso.
L´ex libris è insomma una vaccinazione simbolica.
Il suo contenuto letterale è una semplice locuzione, che seguita dal nome del proprietario, latinizzato e in genitivo, finisce per indicare: "dai libri di...". Modo elegante per segnalare l´appartenenza dell´esemplare a un soggetto e, simultaneamente, a una serie: la collezione. Il libro non è più uno dei tanti libri, tutti uguali fra loro, usciti dalla stamperia, ma è uno dei tanti libri, tutti diversi fra loro, detenuti dal collezionista.
Nel rapporto tra la vignetta e il motto l´ex libris ripete tutta la vicenda degli stemmi, imprese, emblemi, cartigli, monogrammi in cui si sono celebrate le diverse fasi di quel rapporto sempre tumultuoso che ha legato, lungo i secoli, scrittura e figura. Fra le pretese di eleganza della scrittura e quelle di insegnamento morale della figura, è come se ciascuna delle due abbandonasse il proprio mestiere, per provare a fare quello dell´altra: Ut pictura poesis.
All´inizio, l´ex libris trovava una fonte nell´araldica: lo stemma gentilizio veniva ripetuto anche sui libri, come sul vasellame e sull´argenteria, ad assicurare continuità alle proprietà della stirpe. Con la nascita e la diffusione di una cultura borghese, però, alla grande tradizione dinastica si sostituisce un nuovo individualismo, al "noi" nobiliare subentra l´"io" della ricchezza "self made", ai simboli araldici subentrano i "concetti", in cui l´unione di motto e vignetta, scrittura e figura, allude a una particolarità dell´individuo, ne trasmette una preferenza, ne descrive il carattere, si ispira alla sua professione, al suo nome, a una particolarità fisica.
Il concetto può essere, come nel caso del porcospino di Igler, un gioco legato al nome e si ha allora l´ex libris detto "parlante". Questo pare prevalere in caso il cognome del committente si presti a un´evocazione zoologica: pesci per il signor Fischer, volpi per il signor Fuchs, buoi non solo per il tedesco Ochs ma anche per il francese Bovet e per l´italiano Manzoni. Simili giochi però non sono obbligatori, e anche l´equilibrio fra scrittura e figura può essere alterato. L´"ex libris tipografico", per esempio, si riduce a una scritta e a un fregio, poco più che un biglietto da visita.
I collezionisti - che sono anche i massimi esperti della materia - da sempre si rompono la testa per perfezionare gli ardui principi di classificazione. Una soluzione è la classificazione tematica, e qui andranno notate due categorie di grande rilevanza. Molti ex libris alludono alla lettura medesima, elogiandola con motti antichi o anticati ("Fatica senza fatica") o rappresentandola in scene idilliche, con una fanciulla avvenente e a volte nuda che legge serena in un contesto agreste. Meno liliali le fanciulle impegnate in quel vasto sottogenere che è l´ex libris pornografico, usato per i libri da tenere sottochiave e sovente più esplicito della più esplicita figura di quei libri medesimi: nel segreto non infrangibile di un frontespizio si possono iscrivere le proprie debolezze.
Morbosità e svelamento sembrano essere infine i pilastri del codice genetico dell´ex libris, e non solo di quello pornografico. Il registro più consueto dell´ex libris è quello di un enigma tenue che nasconde un discreto proclama: quantomeno una forma di civetteria. Nell´iconografia minore (ma certo non quantitativamente minoritaria) dei francobolli, delle figurine e delle immaginette, dei rebus e degli ex voto, l´ex libris si caratterizza per la sua relazione con l´io individuale, ed è suggestivo che conosca il suo momento d´oro proprio in pieno Jugendstil: in piena rivalutazione dell´importanza delle arti decorative e minori ma anche nei tempi e nei luoghi in cui operava Sigmund Freud.
